Ai confini del corpo. Lavorare con le psicosi in Danza Movimento Terapia

In questo articolo riporto un estratto dalla mia tesi di diploma in Dmt-ER dal titolo “Rifiorire”, in cui racconto del lavoro svolto come danzaterapeuta nella presa in carico di una paziente psicotica adolescente inviatami dai servizi di neuropsichiatria di Catania.

Il lavoro con la psicosi attraverso la dmt è di grande valore e utilità terapeutica poichè consente di raggiungere traguardi importanti per attenuare l’espressività sintomatologica, offrire esperienze di piacere funzionale, riorganizzare i confini corporei, ricostruire lo schema e l’immagine corporea attraverso ritrovate capacità di rispecchiamento e di sostegno, rendere accessibili catene psicocorporee sopite, ed inoltre per favorire nel paziente autonomia e tridimensionalità attraverso il lavoro corporeo e la danza.

Buona lettura.

“Elevami
dal ritmo cupo

d’umane solitudini”
(Haiku giapponese)

La danzamovimentoterapia è nata negli ospedali psichiatrici americani e francesi.

“La grave patologia mentale è stata sin dagli esordi il banco di prova e l’interlocutore privilegiato delle prime danzamovimentoterapeute (Marian Chace, Trudi Schoop, Rose Gaetner). Sin dagli anni ‘90 è emerso dalla Letteratura, infatti, un possibile aiuto di questo tipo di intervento nelle patologie psichiche (Heber 1993, Ziarko et al. 2002, Xia et al. 2009) e neurologiche quali la demenza (Hokkanenn et al. 2003). Quindi, la danzaterapia ha un debito di gratitudine nei confronti dei pazienti psichiatrici, primi destinatari delle sue sperimentazioni e inseparabili compagni di strada del suo sviluppo come disciplina autonoma (Bellia, 2007).

La medotologia della Dmt interviene nel trattamento delle psicosi al fine di avviare l’individuo verso una autonomia intesa non soltanto come raggiungimento dell’integrità corporea, ma anche come acquisizione della coscienza della separazione dall’altro.

La manifestazione dell’esperienza corporea in pazienti psicotici si caratterizza per la frantumazione della de-limitazione dell’Io dall’ambiente e dagli altri-da-noi. (Bellia, 1995)

E’ necessario che gli obiettivi in Dmt con pazienti psicotici siano indirizzati sul versante funzionale e su quello psicologico-relazionale, per potere riconoscere funzionalità psico-corporee sopite, e ricostruire lo schema e l’immagine corporea attraverso ritrovate capacità di rispecchiamento e di sostegno, e maturare il controllo degli impulsi.
Al contempo, è importante lavorare anche in direzione, li dove l’utenza sia pronta, di nuove modalità espressive e di integrazione psicocorporea, imparare a tollerare la frustrazione, per ritrovare un minimo di sintonia affettiva e di canalizzazione emozionale.

Metodologicamente la Dmt, attraverso precisi interventi tecnici, permette di entrare nella dimensione della “possibilità”. Infatti, “il paziente psicotico è spesso descritto come colui che è rimasto prigioniero di un vissuto arcaico, in cui non distingue il dentro e il fuori, l’immaginario e la realtà, l’altro e il sé” (Bellia, 2007).

ll teatro del corpo psicotico è principalmente caratterizzato da aspetti posturali che occultano le articolazioni, da movimenti stereotipati e poveri per eterogeneità, da mimiche stereotipate, da movimenti spontanei scarsi e poco intensi.
Inoltre nella danza il movimento stenta a partire ed è evidente una difficoltà di iniziativa corporea, ed è difficile che il movimento si interrompa una volta iniziato. Inoltre, risulta spesso difficoltosa l’alternanza dei piedi, a volte emerge la pulsazione all’inverso, e l’investimento sulla parte superiore del corpo può comportare l’immobilizzarsi di quella inferiore. Quasi sempre una costante è l’evitamento dello sguardo.

Quindi, Danza e Musica offrono a questi pazienti situazioni di dialogo e di stimolo che consentono di sperimentare le proprie potenzialità, giocando esperienze emotive difficilmente verbalizzabili, arcaiche, che si sono incistate dentro la struttura patologica con cui spesso i pazienti convivono.

Ecco che il lavoro sulla presenza, sulla percezione del sé, sulla relazione con l’altro sono nuclei fondamentali (Bellia, 2007).

Attraverso un lavoro strutturato, integrato, ritmico, funzionale è possibile rendere piú accessibili le strutture psicocorporee e favorire l’apertura dello sguardo.

Con i pazienti gravi a livello psicopatologico, con scarsa autonomia e deficitarie competenze corporee e relazionali, è necessario un trattamento riabilitativo-funzionale, con interventi, a proposito di “codice funzionale” (Bellia 2007), di tipo empatico, pedagogico, esplorativo, integrativo. Le consegne, strutturate e modulate nel tempo devono avere una valenza imitativa e pedagogica, devono essere chiare e devono avvenire in un setting molto contenitivo.

Il lavoro ritmico è essenziale, ed è molto utile la presenza delle percussioni per la regolazione pulsionale e la strutturazione dei confini. Inoltre, il lavoro ritmico si configura come extratensivo, energetico, ordinato, ripetitivo, rivolto all’esterno, e questo è profondamente terapeutico nel funzionamento psicotico.

Quando guardiamo al corpo, dal punto di vista funzionale, la costruzione del tono muscolare rappresenta la traccia della nostra storia: della verticalizzazione, dell’aspetto somatico, della soggettivizzazione.

Ciascuna catena muscolare è legata anche ad un fondamentale schema di movimento, che è collegato ad una modalità di presenza. Ad esempio, la struttura di arrotolamento è supportata dalla catena antero-mediana (AM), e cioè da una gran parte dei muscoli posizionati anteriormente quali i grandi retti dell’addome, dai muscoli della lingua, della deglutizione, del perineo, che si legano in modo riflesso con l’apparato digerente e con la nutrizione. L’importanza dell’arrotolamento è anche connessa al legame con la sensorialità, con il peso, con l’acquisizione della sicurezza di base.
In termini junghiani la struttura AM si ritrova in un tipo sensoriale, è utilizzata in certi approcci corporei per ritrovare il proprio centro, placare l’aggressività, ma all’estremo si correla ad un atteggiamento apatico e unicamente recettivo. Il corpo psicotico e’ un corpo “non abitato” ma saturo di alterità, che deve ri-fiorire, ri-nascere come corpo-presente, corpo-soggetto, corpo abitato.

Lavorare in Dmt su centro-periferia (radiazione ombelicale) permette di riaprire la possibilità di accedere a schemi corporei rimossi e a riscoperte possibilità di srotolamento ed espansione nello spazio multifocale; significa offrire al corpo la possibilità di passare dalla struttura di arrotolamento (AM) allo srotolamento (PM, postero-mediana); significa, giocando, dare la possibilità di grounding cioe’ molleggiare (AP, antero-posteriore).

Secondo Benoit Lesage, le tecniche della danza permettono di sentire il corpo come un piacere e di connettersi a dei livelli profondi di organizzazione, facente capo a schemi senso-motori arcaici i quali conducono a un sentimento di unità, che l’essenza e la fluidità conferiscono al movimento. L’obiettivo del conduttore dei gruppi di DMT non è quello di “far danzare”, ma di portare la persona verso uno stato di gioco con il proprio corpo, con le proprie sensazioni e con il corpo degli altri” (Bellia, 2007).

Il bagno ritmico, inoltre, canalizza l’aggressività in modo particolarmente adeguato. Danzare a ritmo di pulsazione, significa lavorare sulla presenza, sui confini, sull’alternanza interno-esterno, e significa, nelle dinamiche di expression primitive, esplorare globalmente tutte le qualità degli efforts (Laban 1999), offrendo il dialogo degli opposti in misura integrativa.

Quindi, con il corpo della psicosi, frammentato, narcisisticamente disinvestito, la metodologia della Dmt deve essere applicata per il risveglio narcisistico, la reintegrazione funzionale, la strutturazione dei confini del sé, promuovere la simbolizzazione corporea e le competenze relazionali, l’apertura relazionale, e soprattutto l’autentico piacere attraverso la danza.


Bibliografia:

  • Bellia V., Se la cura è una danza, la metodologia espressivo-relazionale nella danza terapia, Milano., Ed. Franco Agnelli 2007Bellia V., Expression Primitive. Il movimento del corpo tra cultura e terapia, Il Meridiano dell’etna, XIV, n.3, 1993
  • Bellia V., Dispensa: danzamovimentoterapia, risorsa di salute mentale.
  • Shott-Billmann,“il ritmo: una forma di conoscenza innata”, Riza Scienze, 2000
  • Laban R.V,, L’arte del movimento, Ephemeria, 1999
  • Lo Verso G., Giannone F., Il self e la Polis. Il sociale e il mondo interno, FrancoAngeli, , Milano, 1996

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: